Rione Corea

Ho abitato in questo luogo fino a quando sono diventato maggiorenne, questo posto che è stato cancellato dalle mappe geografiche, ma non dalla mia memoria. O meglio nella mia memoria sono rimaste poche immagini, tracce slabbrate,  come brandelli di   pezzami che vanno al macero, che sanno di umiliazione. E si ricostruisce ogni tanto nei miei sogni, sorge dall’altro, quello reale,  come un mondo riflesso di quello,  come se da quello  risorgesse  diverso, nuovo, più diafano, avvolto nella nebbia,  fuligginoso di  fumo nero, e rivivo ancora quella ferinità proletaria  ai margini di una sensualità borghese, verticale,  che aleggia su salotti buoni. Questo mi rimane, poche immagini, i pini altissimi che lo costeggiavano, la strada quasi sterrata, e quei pochi metri  di marciapiede che  dividevano la Corea da palazzo Pecoriello, dove abitavo io al sesto piano; e poi questo colore di queste palazzine basse,  colore della sabbia, deserto rosso, che è poi lo stesso colore delle mura di Marrakech. E poi radi episodi che denotano la mia diversità, questa cosa che non so  quello che mi ha tolto, ma so quello che non mi ha dato. Una mancanza che precede un niente. Ma la nostalgia per quel tempo non è il desiderio di tornare a quella età, che poi sarebbe un tornare a ciò che non si è vissuto abbastanza, dolore del ritorno, ma è la nostalgia di tutto ciò che la morte potrebbe sottrarmi  ancora, lo stupore davanti a qualcosa in cui potermi riconoscere,  anche senza capire quale sia la sua segreta fonte, una bellezza a tratti desolata e desolante.

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(Continua mercoledì 29 marzo).

Fondazione di una casa

La strada è una serpentina che si dipana lungo  un crestone di Appennino affacciato sul Tirreno; da qui andando verso Ovest c’è Velia, Paestum, Ascea  e quella perla di naturale bellezza che è il Cilento; viaggiamo tra macchie di ulivi e bellissime querce, piccole ma dure come la roccia. Arriviamo alla casa, che una coppia di inglesi ha eletto a propria eternale dimora; lungo i muri che dividono la campagna dalla strada hanno disegnato delle grosse margherite, come segnale per noi in questo dedalo di incroci. Davanti all’entrata della casa, costituita da due colonne semidiroccate, c’è un cartello a lettere colorate su cui è  istoriata  la parola “SHAMBALA”. Entriamo con le nostre due auto, una Ford station wagon e la mia auto, una vecchia Golf. Loro, i due inglesi,  si sono sistemati dentro una grossa cella frigo che serviva per la pesca  in Scozia. La casa evidentemente è ancora vuota: è una piccola casetta bianca cubica a un solo piano,  molto semplice. Penso a come l’avranno vista loro per la prima volta, dopo mesi e mesi di vane ricerche, a come lo stesso posto possa essere diverso, per chi ci è nato e per un forestiero, per un adulto e per un bambino, e la  vedo diversamente da come lo spiega Kant, per il quale “noi vediamo un albero; un’altra persona guarda lo stesso oggetto. Nei suoi occhi vediamo che la sua immagine di albero è identica alla nostra. E dunque noi tutti vediamo gli oggetti così come essi esistono realmente”. Ma perchè poi mettere in mezzo sempre l’albero? Perchè i filosofi e i poeti non lasciano mai stare questi alberi, senza avere nessuna dimestichezza colla natura e cogli alberi? Non è diverso ogni albero dall’altro? Il bambino biondo, figlio di una coppia di filosofi romani, mi segue nell’esplorazione della casa. Si chiama Martino come Heidegger. Davanti a noi c’è una porta a due ante di color verde; “vogliamo vedere se c’è Eco?” gli faccio; e lui annuisce entusiasta. Allora apro una delle due ante e butto dentro con tutta la forza che c’ho nei polmoni il mio “ECOOOOOOOOOOOOOOOO!”. Il rimbombo delle pareti vuote è esattamente come lo avevo sperato e Martino spalanca gli occhi di stupore. “Chiudiamo adesso, se no Eco scappa via”. “Si si, chiudiamo che Eco scappa via”. Ora finalmente ho la coscienza a posto, sono riuscito a fondare un casa su una divinità greca agli occhi di un bambino, posso ricominciare a respirare.

Tubbì or no Tubbì

Dalle scale della  galleria Principe di Napoli,  che affacciano sull’ Accademia, posso vedere  il mare;  è un freddo mattino di una domenica di fine inverno, un sole pallido e abbacinante non riesce a scaldarmi,   stretto in un cappotto  liso e stinto , con una  barba  dura e spinosa, e qualche pelo bianco che comincia a spuntarmi; recito mentalmente la parte di Amleto, con una cicca strozzata tra le dita, e fumo a corpose boccate: quando non si cresce più si inizia a morire. E il difficile è l’accettarlo.  Ma in realtà potrei essere anche un Raskol’nikov un pò più vecchio. Non mi è rimasto più nessuno al mondo. Sono solo a recitare in faccia alla morte,  tra bottiglie vuote  e pattumaglia della sera prima; posso vagare senza meta in una città  deserta, ma non posso immaginare di trovarmi in un’altra città, perchè questa mi si è cucita addosso come un vestito di scena, come la livrea del Tempo. To be or not to be. Tubbì o netturbì. Ma il  dubbio, ora lo so,  non riguarda nessuna reale alternativa, in nessun caso si è assolti dal peso di aver già vissuto inutilmente. E mi tiro una boccata di fumo, che è migliore dell’aria di muffa che mi sta intorno. Tubbì or no tubbì. Tu bèèè or no tubèèè. Ma la mia gola, infiammata dall’ aria e dalle sigarette, rilascia un rantolo cavernoso, che sembra uscito da quegli antri bui del  Cavone. Mi si inchiodano nella spina dorsale queste due paroline, come unghia nella carne, mi sciamano intorno come muschilli e si asciugano un poco nell’aria mezzo umida. Poi mi infilo gli occhiali, che porto nella federa del cappotto, e mi sembra che questo abbia il potere a un livello subatomico di farmele vedere unite la vita e la morte, la federa e il cappotto, la certezza e lo spavento. Di giorno in giorno, tutti i giorni, Tubbì or no Tubbì. Anche queste bottiglie un tempo erano piene, come noi siamo stati vivi, e vorrei una sola parola per dire tutto questo, e invece no,  Tubbì or no Tubbi, chist’ è ‘o problema. 

Dietro di me arriva il fotografo e monta un cavalletto. La ragazza si mette in posa vicino a una colonna. È giunonica. Una mannequin di vent’anni spettacolare, ‘na femmena esagerata che non la riesci a guardare negli occhi. E dall’altra parte della galleria spunta questo tipo piccolino, con un giubbino di qualche taglia più grande, da cui spuntano due braccine delicate. Sembra una cimice cinese a guardarlo nel complesso. Cammina stretto nelle spalle con passo cadenzato, guarda a terra come se la città o la vita non abbia  più nulla con  cui sorprenderlo. Appena arriva all’altezza della ragazza fa un piccolo inchino e un baciamano, e poi inizia tutto un bric-à-brac di gesti e domande, la ragazza gli risponde celiosa e un pò sbigottita. E poi si fanno la foto. Lui si mette in una posa che sembra quei faraoni di profilo nei geroglifici. Finita la macchietta saluta con un inchino e riprende la sua strada imperterrito per scomparire dietro dei secchi dell’immondizia. E io da allora non l’ho mai più dimenticato ma era solo un sogno forse?.Questa stratta presenza  da allora mi ha accompagnato sempre,  la  considero una delle ragioni che mi tengono al mondo. La ragione insensata di chi può continuare a vivere mascherandosi dietro un sorriso.

Il festino degli oggetti

Tutto è vano. Il nostro cabotare i limiti dell’anima. Le cose, sole, ridono di luce e dialogano nello spazio del mondo. Noi non arriviamo mai a partecipare al loro festino. Non suoniamo mai le corde su cui danzano le loro arpe. Esse riecheggiano ai nostri occhi di musiche sublimi. Un enorme catenaccio di cristallo ci sbarra l’accesso a questi sponsali. E noi arranchiamo ogni giorno nella sabbia, a due passi dalla vita, infinitamente incarcerati in un cervello di metallo.

La mosca

Il genio è un africano che in sogno riesce a vedere la neve. La mosca che ieri sera tormentava la lampadina dell’abat-jour stamattina è piantata contro il vetro della finestra: riesco a vedere i suoi riflessi indaco e turchino sullo sfondo di un’alba violacea, il suo  è un mondo limitato, senza selezione il suo sguardo. Scopriranno nuovi pianeti e resteranno in pochi su questa vecchia e martoriata piota. I ricchi, quelli che potranno sostenere le spese di una lunga crioconservazione, si faranno trasportare altrove, ci saranno tanti marmocchi con in testa la zazzera di Trump, e le città saranno nuove Las Vegas;  la prima donna che si accoppierà lì sarà ripresa dalla televisione, come in un film di Woody Allen. Non ci saranno più i mali che affliggevano la popolazione, ma c’è solo un grande male generale di cui soffre tutta l’umanità, il cui ritmo sta modificandosi a poco a poco sotto l’influenza della macchina. Non c’è più nessun ordine da salvare, bisogna rifarne uno da qualche altra parte. Ma la macchina non può riprodurre la vita o quella sostanza lattiginosa che chiamiamo anima. e soprattutto la macchina non comprenderà mai la bellezza, la sua mancanza d’arte e di poesia è pressochè irrimediabile. Ma il mistero,  dove è finito il mistero? Io me ne sto qui a guardare la mosca, ignara della tragedia che le sta per capitare. Il giornale.

La disseminazione universale

Essere il doppio, il doppio del doppio del doppio  dell’essere, essere ora il doppio dell’ora, la ragione dell’uno è vuota nel doppio, il doppio dell’uno è il vuoto del doppio del pieno dell’uno.

 

Disseminati in disperse città, folle di solitari, fingevano di essere Adamo “che die’ nome alle cose”. Per i vasti declivi della notte, costeggianti l’aurora, cercavano le parole luna, morte, mattino e di altre abitudini umane. Estate, tempo lungo dedito al divertimento organizzato, il paesaggio dilatato dal sole, una donna si bagna le mani vicino all’acqua di una fontana (non mancherà mai l’acqua nei suoi deliri notturni). Il suo gesto è distratto, gli istanti disorganizzati tendono all’inconsistenza, a un lungo scorrere o un breve scorrere come in un’eiaculazione o come il corso delle parole che non si sa più dove vanno a finire quando cadono nell’orecchio della gente.

Carlo era figlio di italiani emigrati in Germania; aveva fatto poca fortuna nel paese teutonico fino al momento in cui si era avviato come piazzista di biancheria intima, maschile e femminile, ultra resistente, che andava a ruba tra i manovali e gli operai delle acciaierie di Dresda e le loro mogli; dovette presto abbandonare il lavoro a causa di una forma di vertigine cervicale (dizziness degli anglosassoni) che gli rendeva impossibile quelle lunghe giornate di trasferta. Ma intanto aveva messo da parte un piccolo gruzzolo, col quale aveva potuto lasciare la Germania e ritornare a Bologna, la città da cui un tempo erano partiti i suoi e in cui gli avevano lasciato un piccolo appartamento.

Martha aveva progettato il viaggio nei minimi particolari, un giorno in cui Carlo era ormai a casa da alcune settimane; Da quando non lavorava più passava le giornate davanti al televisore: guardava spesso i notiziari, le trasmissioni sull’agricoltura, le previsioni del tempo. Proprio sul tempo vertevano spesso le oziose considerazioni di lui: “domani, sarà bello, si può andare a fare un po’ di compere”. Martha non sopportava la sua inoperosità; era la sestogenita di una famiglia di modesti contadini della Sassonia e aveva visto fin da bambina scorrerle davanti delle persone attive e alacri, come lo sono solo i contadini sassoni. A sedici anni era crollata a terra per uno svenimento e questo era stato il primo manifestarsi di una misteriosa patologia, che venne diagnosticata come encefalite letargica (alcuni patologi la definiranno “coma mistico”). Il coma era durato tre mesi, dopo dei quali si era risvegliata ed era tornata lentamente a camminare, a lavorare all’uncinetto e, con l’aiuto di un bastone, a sorvegliare gli animali della fattoria dei suoi. Dopo qualche mese era tornata a peggiorare, perdendo la deambulazione, accusando forti dolori alla schiena e avendo pesanti problemi alla vista. Da questa situazione l’aveva salvata un giovane medico dell’ospedale universitario di Dresda, con un intervento all’avanguardia per l’epoca e un lungo periodo di riabilitazione. La condizione di Carlo le riportava alla memoria il suo periodo di degenza.

Come la amava così, legata a un ideale sano di vita, che la manteneva vitrea e incrollabile,  pensò allora Carlo, in uno scorcio di riflessione; per un attimo questo lo atterrì, come in certi momenti di ostinata concentrazione, quando curava il giardino o dava una spazzolata al cane. “Quando avrò finito il  lavoro alla Steinberg potremo partire” a volte gli diceva: era stata lei a  organizzare la campagna pubblicitaria dell’azienda leader riconosciuta nel mercato delle pompe per vuoto, in quegli anni la tecnologia del vuoto creava in continuazione nuovi depressori. Ma lui non manifestò né gioia né stupore per quella sua repentina rinunzia alla sua brillante carriera. Poi ci pensò l’intera notte, sentendo la presenza della pesante cogitazione nella fronte spaziosa di lui. Ma cosa passasse dentro la testa di lui non lo rivelerò, dirò solo che Martha credeva fermamente nella sua convinzione, una convinzione che schiacciava Carlo con tutto il suo amore ed era una forza da cui Egli si sentiva minacciato come da una forza numinosa, come quando la vedeva alle prese colla polvere che torna sempre a  posarsi sul mogano nero dei mobili nel salotto. Era un esempio insulso.

“Dopo essere stato un altro per te, ti amo, con la voglia di un plancton, come corpo dimenticato e risorto, come esclusione crimine assassinio,  e nutro per te speranze urbane, moglie tra le pentole, bambola tra le scatole, alito tra le nuvole, ti amo anche perché impossibile, perché non ti sono scarpa, passo, sorriso, goccia salivare lungo le pieghe della faccia e come nei poeti sarò virgola al tuo nome di zucchero, che si sappia”

L’erezione è un tentativo di trasmigrazione nei propri organi genitali. Il sangue cerca di abbandonare, come in un esodo forzato, il corpo, la massa oscura delle carni, per ritrovarsi in un altro corpo estraneo (tutti gli uomini ne hanno familiarità, ma niente è più inadatto a spiegare che la parola “familiarità”). Non sapremmo nulla di Carlo senza gli appunti del suo medico. Un pomeriggio di agosto il dottor Piero Barbanti, un pelato basso e tracagnotto, specializzato in malattie veneree, stava diagnosticando un fastidioso caso di blenorragia con forti perdite uretrali. Una bonaccia torrida esalava  dal selciato lungo il viale su cui affacciava lo studio del dottore, le foglie penzolavano dai rami come lingue di cani disidratati. La canicola toglieva il fiato alla città e strangolava la vivacità della strada. Il paziente stava rialzandosi  i boxer afflosciati sulle caviglie quando un bizzarro omino irruppe di là, nella sala d’attesa. Avvolto in un pastrano di cammello, l’uomo, un tipo  sulla quarantina,  barcollava stringendosi la pancia, assurdamente sporgente. La parte del corpo che emergeva a fatica dall’indumento era sproporzionata a un addome simile alla carena di una nave. La faccia sconsolata dell’uomo, come di uno che ha perso al gioco o di un innamorato deluso, esprimeva un’invocazione. Quando l’uomo aprì il cappotto scoprì il busto di una donna colle gambe allacciate attorno alla sua schiena in modo che i due figuravano una strana silhouette da divinità indù o maya. La segretaria chiamò il dottore che subito accorse nella saletta; appena la donna, volgendosi dalla sua posizione, lo vide, lo implorò di fare qualcosa per dividerli.

Non bastarono un paio di iniezioni di bromuro sulle secche natiche di lui. La morsa in cui erano stretti i loro organi li struggeva  tanto da farli mugolare di un mugolare sommesso, quasi muto. Fu necessario un salasso al pene di lui, stretto in un laccio emostatico. si dovette estrarre una modica quantità di sangue prima di vederlo sgonfiarsi. Sull’inserto di carne della donna fu necessario applicare dell’olio di balena; ci volle mezz’ora per liberarli. l’uomo emise un profondo sospiro di sollievo guardando negli occhi il dottore.

Attesa di un caffè

Seduto nella sua stanza, in posizione eretta sul divano, aspettava come ogni giorno di prendere  il primo caffè, in realtà aspettava che qualcuno glielo portasse, ma evidentemente sua madre era uscita a fare la spesa, o a buttare l’immondizia, e si era fermata a parlare con una vicina affacciata alla finestra. Si torturava in quest’attesa, come tutto per lui fosse ansia dell’attesa, di qualsiasi cosa fosse in attesa, e questa attesa lo snervava al punto da renderlo immobile  come un cariatide. Tanto che, quando poi il caffè glielo recava soccorrevolmente sua sorella, l’effetto del caffè era quello di una radiazione elettrica nel suo sistema nervoso. Ma era sempre così al risveglio, come dopo una dura lotta sul filo dei nervi. A un tratto si inginocchia sullo stipite della porta, cercando di aggiustarlo con degli scossoni, ma un odore di aranci che arriva da fuori lo distrae dal quel cigolio, e per un attimo pensa di trovarsi in una chiesa. Un vento carico di nuvole come un gregge di pecore transuma verso l’oriente.